Rasputin, Ezra Pound, Rudi Valentino: quando il teatro spoglia le biografie

Tre pièce teatrali particolarmente riuscite con altrettanti giovanissimi attori che ce l’hanno messa tutta con risultati notevoli. Completamente nudi in scena, come vuole il teatro scandaloso di Antonio Mocciola per rappresentare tre convitati di pietra

di Roberto Schena

Recentemente, in un giorno di maggio a Roma, si è presentata l’occasione, per il teatro di Antonio Mocciola, di una serata, in “veste naked“, di tre monologhi con tre diversi giovanissimi attori appena affacciati alla professione. Allontanandosi idealmente dalla propria età, Leonardo Pocaterra, Emilio De Rosa, Lorenzo Baruzzi hanno raffigurato, con espresso con senso fotografico-pittorico, tre noti personaggi storici nel momento più vicino alla loro imprevista, inaspettata uscita dal mondo, lasciando le genti “attonite”. I tre attori calzavano perfettamente le phisique du role.
Leonardo Pocaterra,  Lorenzo Baruzzi, Antonio Mocciola, Emilio De Rosa,  Francesca Minotto
Lorenzo Baruzzi è un magrissimo, anoressico Rasputin, la fotografia della locandina presenta una figura decisamente rassomigliante al Rasputin vero, con lunghi capelli e lunghissima barba incolto-mistica, come spesso la si vede nei pope, il parroco degli ortodossi. Baruzzi è come appena ripescato dalla Neva semighiacciata, dove fu gettato dopo l’omicidio; il fiume strappa i vestiti ed emerge lo spirito di un cadavere fresco che lancia i suoi j’accuse come da una seduta esoterica. Nel monologo scritto per lui da Mocciola prima deride i suoi assassini, che tentarono di avvelenarlo: poveracci due volte, una prima perché spaventati dalla sua non morte dopo il primo tentativo di sopprimerlo (non sapevano che fosse assuefatto al cianuro, e che se ne era reso immune proprio perché prevedeva tentativi simili); ma poveracci anche una seconda volta perché illusi che, scomparso lui, sarebbe automaticamente cessata la sua “nefasta” influenza sulla zarina, salvando la monarchia dall’eclissi totale. In realtà era vero il contrario, se Nicola II avesse seguito il suo consiglio di non entrare in guerra la corona russa oggi sarebbe probabilmente ancora esistente. Il Rasputin di Baruzzi è un cadavere da obitorio, parlante come uno spirito dell’oltretomba, ma si avvale di un testo moccioliano tra i più belli del drammaturgo, un racconto cinematografico ricco di osservazioni e drammatiche conclusioni, visioni come uscite da un film di Sergej M. Ėjzenštejn ai tempi del primo cinema sonoro. Portatore di una magrezza da vero eremita, Baruzzi è vitale e sensuale, splendido interpretere, al limite della blasfemia, di un santo martire; l’attore fa dimenticare i quasi 30 anni di differenza con l’età del monaco, restituendogli tutto il fascino indiscusso, tra diabolico e mistico, un po’ da peccatore birichino debole di carne, un po’ santone dell’Oriente cristiano capace di intervenire sugli infermi perché riassume in sé spriritualità cristiana e magia sciamanica.

La regia virtuale della pièce su Ezra Pound potrebbe essere di Pier Paolo Pasolini,

che nel 1967 lo resuscitò dalla morte civile

L’Ezra Pound di Leonardo Pocaterra non ha lo charme dello scrittore affermato, com’è giusto, data la sua biografia, o forse il fascino lo assume nel suo presentarsi nudo con le mani legate dietro, come un prigioniero di guerra – cosa che effettivamente è stato senza essere vittima –  il che introduce al caso di un grande letterato capace chissà per quale fato sfortunato, di gesti detestabili, come l’aderire si regimi fascista e nazista da americano pentito di esserlo mentre i suoi giovani connazionali morivano per la libertà. Nudo anche in senso metaforico, di un individuo rimasto senza difese semplicemente perché ha voluto gettarle al vento per pura presunzione. Il Pound del Dopoguerra non può nascondersi da nessuna parte, non può proteggere le proprie vergogne, ha sbagliato completamente politica, ma non può correggersi, gli si spalancano solo le porte del manicomio, giacché pazzo, a essere gentili, è considerato chi parteggi per il nemico in guerra, mentre suoi coetanei 20enni cadono come mosche. Lui cantava le lodi dei massimi criminali della storia. La regia virtuale della pièce di Mocciola con Leonardo Pocaterra potrebbe essere di Pier paolo Pasolini, che nel 1967 attuando il principio del Concilio Vaticano II di non confondere l’errante con l’errore va Venezia a intervistarlo, facendolo resuscitare dalla morte civile. Una delle più belle interviste nella storia della letetratura mondiale (disponibile su Youtubre). Quel “Lazzaro vieni fuori” di PPP gli consente di slegarsi dal canapo a cui era costretto per tornare a pronunciare le sue invettive contro la società borghese o piccolo borghese che era la sua poetica base, anche se ha sbagliato indirizzo politico. Ricordate, dice a un certo punto, Ezra Pound, “le rovine di un uomo giusto sono comunque più alte dei grattacieli del vostro debito” e per debito intende proprio  il mondo della finanza.

La confessione profonda e completa che Rudi Valentino,

qui interpretato da somigliante Emilio De Rosa, non ha mai fatto  

La performance di Emilio De Rosa nel rievocare il terzo convitato di pietra della serata ha richiesto un impegno artistico eccezionale, perché il personaggio, autentico monstre del primo cinema, lo richiedeva. Rodolfo Valentino nel testo di Mocciola esce come da un’auto intervista in cui si rivela come mai un attore potrebbe permettersi, ossia tramite una confessione profonda e completa. Solo recentemente le cronache rosa ci hanno consegnato le confessioni di attori o attrici gay o lesbiche, ma per l’intero XX secolo questo non fu possibile. Sono stati biografi onesti a rivelare a poco a poco la dimensione schizofrenica di molti uomini e donne dell’industria cinematografica. Il testo recitato da De Rosa è però contemporaneo al Valentino e senza veli in ogni senso, è un’auto intervista – se non la vogliano chiamare confessione – per quei tempi impossibile sulla schizofrenia fra identità vera e identità falsa, fra essere e dover esere.  Le biografie oggi ci consegnano un Valentino bisessuale, Mocciola descrive invece un conflitto estenuante fra sostanza e apparenza, idealmente consumato poco prima della morte per peritonite nel 1926 a 31 anni. Resta il dubbio se fosse stanco di quella vita e abbia in qualche maniera facilitato il suo congedarsi dalla vita per trasformarsi in mito puro. Ebbene, il mito puro espresso da De Rosa è conflitto, c’è un femminile profondo inespresso ma molto amato che alla fine pare abbia distrutto il personaggio costruito ad arte dal capitalismo in celluloide. Il giovanissimo attore si muove come se volesse consegnare ogni suo singolo gesto all’arte classica e alla danza: il corpo dell’attore, durante il monologo, ha movimenti lenti e plastici fatti apposti per essere letti da un fotografo o per far innamorare un pittore o pittrice. Il meglio è nelle espressioni facciali di De Rosa, costruite sulla base di un viso dove è stato steso uno strato di effetto bagnato, di sudore, di fatica di vivere.

Il teatro “pazzo” di Antonio Mocciola ha ancora voglia – tramite monologhi a effetto –

di opporsi alla normalità borghese come nel 1968

Mocciola è un pezzo di 68 che non vuole spegnersi, toglie il nudo dalla funzione pornografica, o riproduttiva, dove l’ha collocato la morale borghese per riproporlo in dimensione artistica decolpevolizzata, “gratuita”, ossia in una dimensione di puro godimento estetico, però rigorosamente legato al testo teatrale, proclamando un diritto al nudo professato o guardato pubblicamente. Una cosa opposta al voyeurismo comune, che è guardare il corpo di qualcuno inconsapevole di essere osservato. Il voyeurismo, in sostanza, è inutile (quando non molesto). Il nudo proposto da Mocciola, fino a farne la chiave del suo teatro, è provocatoriamente spogliato dai complessi accumulati dall’infanzia, mirati ad assegnare il corpo a mere funzioni pratiche, casalinghe. Il teatro di Mocciola si riappropria del corpo concepito liberamente e non perché un’autorità ha deciso quando dove e come possa essere mostrato.
Location dei tre monologhi, intitolati “Rasputin”, “Addio alla luce” e “Brillantina”, è stata una sala di Tratevere in cui non sarebbe entrato uno spillo in più, grazie alla meravigliosa disponibilità di Chiara Pavoni, il supporto di Francesca Minotto e Francesco Leone. A fianco, la “magica” locandina
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