TRE MARTIRI CONTRO L’IDOLATRIA DELLO STATO. La santità secondo Mocciola
Un pugile “danzante” e due soldati condannati raccontano la loro storia. Il primo è uno zingaro che diventa sul ring campione nazionale durante l’ascesa del nazismo, per poi finire in un lager. Il secondo è un classico nella storia dell’arte, san Sebastiano, l’unico personaggio sacro, insieme a Cristo, che può essere rappresentato nudo, il terzo è un obiettore di coscienza durante la Grande Guerra, l’evento che ha più contribuito a far maturare idee pacifiste. Questi tre personaggi, nei monologhi naked di Antonio Mocciola illustrano la loro opposizione alla violenza devastante della ragione politica
Uliano non ha nemmeno le fisique du role di un pugile. In effetti, il monologo presenta un atleta ormai non più tale nemmeno moralmente, rovinato dalle fatiche imposte e dai lavori forzati, dagli incontri a ripetizioni sul ring del campo contro altri poveracci messi lì apposta a combattere per creare falso agonismo. Si respira un’atmosfera di decadentismo a caduta libera.La sensualità minima naturalia di Michele Pedata
Per la figura di san Sebastiano non serve spiegare la ragione del nudo, egli è ripreso al momento di eseguire la sentenza di morte a mezzo di frecce lanciate dai commilitoni: la pena veniva eseguita con il condannato privo di qualsiasi indumento, e così i condannati alla crocifissione. L’iconografia cristiana ha anche provato a rappresentare entrambi senza perizoma, Michelangelo in particolare, ma la Controriforma impostata sulle idee ultra pudiche del cardinale Carlo Borromeo vieta ancora oggi l’impiego del nudo integrale. Esattamente l’opposto dell’iconografia sacra pagana, quando gli dei erano quasi sempre mostrati come vivevano, cioè nudi. Cristo e Sebastiano sono rimasti per secoli gli unici due personaggi sacri che potevano e possono tutt’oggi essere dipinti spogliati, ma sempre con un drappo consistente intorno alla vita, mentre fra il Trecento e il Cinquecento sarebbe bastato il lembo di un fazzoletto.
Sebastiano accoglie il ferro che penetra la carne e descrive dettagliatamente il dolore fisico: le frecce diventano un “chiodo di ghiaccio” e un “battito cardiaco esterno”. La mia nudità è più preziosa della tua porpora, dice rivolto al su persecutore, l’imperatore Diocleziano. Mi hai lasciato solo questo: un uomo che muore amando la mano che l’uccide”. Così emerge la santità secondo Mocciola. Il suo Sebastiano interpretato dall’attore Michele Pedata in Sebastiano, il soldato di Cristo, non ha un fisico da atleta, non si muove con raffinatezza classica e portamento nobiliare, ma con una sensualità minima naturalia mentre viene colpito dalle frecce, di cui sentiamo anche il rumore. Più che il capo delle guardie imperiali sembra un soldato semplice, al massimo un sergente, come lo si poteva trovare in caserma durante il servizio militare (chi lo ha fatto) un graduato proveniente dal proletariato, che poi come sanno tutti coloro che hanno svolto il servizio di leva erano le figure che mandavano avanti realmente il reparto. E più erano graduati, più si imboscavano e possibilmente rubavano tutto l’arraffabile. Il soldato di Mocciola è rimasto un puro e per rimanere tale non ha altra scelta che disubbidire e accettare l’inferno che ne deriva. “Capisci Cesare? Più mi colpisci, più distruggi il Sebastiano che potevi possedere e più costruisci il Santo che non potrai mai toccare”. Alla fine l’uomo più potente otterrà un corpo materiale inerte, quello vero è altro, perdendo l’occasione universale unica di averlo con lui.
Sebastiano si rivolge direttamente a Diocleziano, mero spettatore del supplizio come nell’opera di Gabriele D’Annunzio, gli mostra il fallimento del potere imperiale nei confronti del suo piccolo essere del martire. Nel monologo emerge angoscia intima quando rievoca il passato legame sentimentale tra i due, relazione fra un uomo molto maturo e un giovane atletico soldato. Anche qui con bellissime espressioni, ricorda “i respiri che scambiavamo nel buio”. Sebastiano vive con vergogna e tormento la reazione involontaria del proprio corpo nudo sotto lo sguardo dell’antico amante, un supplizio psicologico che minaccia persino la purezza del suo sacrificio. L’opera si chiude con un Diocleziano condannato a invecchiare ossessionato dal fantasma di un soldato che non è riuscito a rendere idolatra.
Il corpo del disertore diventa una bandiera. Bianca
Lo stesso tema dell’uomo in divisa che si scontra con il potere torna nel monologo centrato su Furio Sbarnemi, anagramma di Bruno Misefari, un personaggio esistito veramente in Calabria, dove nacque nel 1892 e deceduto nel 1936, oggi completamente dimenticato, tanto è scomodo. Mocciola prende spunto dalla sua biografia per costruire una trama diversa con un finale non coincidente con l’uomo realmente esistito. In Bandiere bianche – Morire per la patria, morire per niente, il Furio reinventato è un giovane anarchico calabrese, obiettore di coscienza e pacifista che decide di disertare durante la Prima Guerra Mondiale per motivi non politici, ma esclusivamente etici. Nel ricordo di quando lo chiamano per il fronte, in un’atmosfera pregna di idolatria della guerra, l’attore che interpreta il personaggio, Walter Maria Lancellotti illustra come si svolgeva la visita militare: “Un’aula grigia e afona. Un’aria pesante di mille respiri e sudori. File di giovani nudi, e un gruppetto di ufficiali davanti a un tavolo, su cui due vecchi marescialli scrivono in vecchi registri. “Uno e settanta” “Novanta chili” “Abile” “Settimo artiglieria” “Avanti voi, marmotta!” “Cosa fate voi laggiù? E voi, silenzio!” Uno ad uno misurati, registrati, insaccati come maiali al macello, tutti abili. Per gli ufficiali medici nessuno è malato. Nessuno deve sfuggire alla guerra. “Avanti, avanti!” E andiamo avanti, tutti, come pecore, in nome della patria e del re”.
Immerso nel fango e nel freddo, un Furio tremante dialoga con un compagno soldato immaginario che sta morendo dissanguato in seguito all’esplosione di una granata. Anche qui, come nel caso di Rukeli, c’è un attore che affronta nudo un palco privo di tutto, il gelo del palco, appunto. L’attore è Walter Maria Lancellotti, un pezzo d’uomo, attraente, che lo stato vorrebbe ridurre a carne da macello, canta anche, nudo com’è, accompagnandosi con la chitarra testi dimenticati ma importanti, come Gorizia tu sia maledetta, ‘O surdato nnammurato. Sembra retorica pacifista, ma si dimentica che le giovani generazioni questi testi pregni di sapere e di risposte non li conoscono, la società del XXI secolo avanzato li ha già scordati, eppure andavano forte a partire precisamente da un secolo fa fino agli anni 70, quando, come per incantesimo, tutto si è fermato.

