TRE MARTIRI CONTRO L’IDOLATRIA DELLO STATO. La santità secondo Mocciola

Un pugile “danzante” e due soldati condannati raccontano la loro storia. Il primo è uno zingaro che diventa sul ring campione nazionale durante l’ascesa del nazismo, per poi finire in un lager. Il secondo è un classico nella storia dell’arte, san Sebastiano, l’unico personaggio sacro, insieme a Cristo, che può essere rappresentato nudo, il terzo è un obiettore di coscienza durante la Grande Guerra, l’evento che ha più contribuito a far maturare idee pacifiste. Questi tre personaggi, nei monologhi naked di Antonio Mocciola illustrano la loro opposizione alla violenza devastante della ragione politica 

L’attore che interpreta Rukeli sale nudo su un palco teatrale molto piccolo e altrettanto spoglio, che non aiuta a immedesimarsi nella parte. Impatto durissimo per l’attore che lo interpreta. Non avendo nemmeno un indumento addosso, Rukeli può solo difendersi con le parole. Pesa essere il nulla del proprio corpo nel vuoto dello spirito e dell’universo, come fare anticamera dietro la porta dell’inferno. Con un indumento addosso sei già qualcuno, hai un briciolo di identità, che può equivalere alla marca dell’indumento esibita a chiare lettere, ci si può identificare nella marca, nella merce che indossi, se ti va. I primi gesti di Rukeli, campione di pugilato nella Germania della croce uncinata nonostante l’etnia sinti, rivelano invece che è lo zimbello del nazismo finito al potere. Il monologo Pugni al cuore, Rukeli un pugile nel lager,  è scritto da Antonio Mocciola, dura venti minuti, interpretati dall’attore Raffaele Uliano, che non rinuncia all’accento partenopeo, una identificazione linguistica utile a rendere più suo il personaggio, meno distante.
Uliano non ha nemmeno le fisique du role di un pugile. In effetti, il monologo presenta un atleta ormai non più tale nemmeno moralmente, rovinato dalle fatiche imposte e dai lavori forzati, dagli incontri a ripetizioni sul ring del campo contro altri poveracci messi lì apposta a combattere per creare falso agonismo. Si respira un’atmosfera di decadentismo a caduta libera.
La scena si svolge nel fango e dietro il filo spinato di un campo di concentramento. Protagonista è il celebre pugile sinti Johann “Rukeli” Trollmann, morto a 37 anni per mano di un aguzzino la cui cattiveria meriterebbe in eterno i tormenti di un girone dantesco tra i più vicini a Satana. La biografia del pugile sinti, campione di Germania, morto di stenti nel 1944 in un lager, è abbastanza nota, raccontata anche da film e documentari. Mocciola l’ha dotata di espressività individuale, complessità di pensiero, propria dell’atleta e Uliano ha dato voce piena alla vittima. L’allucinazione nevrotica si dispiega in una riflessione articolata: “C’era un odore, nel mio mondo. Odore di canfora, di olio per i muscoli, di cuoio fresco e di sapone buono. Odore di vittoria. Quando indossavo questo accappatoio, la seta scivolava sulla pelle come l’acqua di un fiume in estate. Era fresca. Era civile. Ora… l’odore è questo. Odore di urina, di feci secche, di fame acida, di morte vicina. È l’odore dello ‘Zigeuner’ che avete creato voi. Ci avete tolto il sapone, ci avete tolto l’acqua, ci avete buttato nel fango e poi avete detto: ‘Vedete? Puzzano’.
Lo stile di combattimento di Trollmann presentava analogie con quello successivo di Muhammad Ali, anche lui pugile “danzante“, suo stile tipico, che consisteva nell’evitare agilmente i colpi dell’avversario e nel contrattaccare, un metodo che dei macellai nazisti nel loro delirio criminale non potevano apprezzare, denunciandolo come non ariano. In attesa di combattere come volevano i nazisti del campo, l’atleta ripercorre la propria ascesa e caduta: dalla conquista del titolo nazionale nel 1933 (poi revocato per motivi razziali) fino alla sua celebre protesta sul ring, quando si presentò con i capelli tinti di biondo e il corpo cosparso di farina per parodiare provocatoriamente l’ideale ariano. Gliel’hanno fatta pagare cara, Rukeli, “albero” in lingua sinti, viene sfidato nel lager da un pugile kapò, commise il grave errore di non farlo vincere, e fu assassinato dallo sconfitto a tradimento il 31 marzo 1944, a due mesi dalla liberazione. Profeta di figure che sanno lottare. Dell’assassino, un personaggio così tipico del nazismo, non si è più avuta traccia, è scappato e a dire il vero nessuno l’ha cercato.

La sensualità minima naturalia di Michele Pedata

Per la figura di san Sebastiano non serve spiegare la ragione del nudo, egli è ripreso al momento di eseguire la sentenza di morte a mezzo di frecce lanciate dai commilitoni: la pena veniva eseguita con il condannato privo di qualsiasi indumento, e così i condannati alla crocifissione. L’iconografia cristiana ha anche provato a rappresentare entrambi senza perizoma, Michelangelo in particolare, ma la Controriforma impostata sulle idee ultra pudiche del cardinale Carlo Borromeo vieta ancora oggi l’impiego del nudo integrale. Esattamente l’opposto dell’iconografia sacra pagana, quando gli dei erano quasi sempre mostrati come vivevano, cioè nudi. Cristo e Sebastiano sono rimasti per secoli gli unici due personaggi sacri che potevano e possono tutt’oggi essere dipinti spogliati, ma sempre con un drappo consistente intorno alla vita, mentre fra il Trecento e il Cinquecento sarebbe bastato il lembo di un fazzoletto.

Sebastiano accoglie il ferro che penetra la carne e descrive dettagliatamente il dolore fisico: le frecce diventano un “chiodo di ghiaccio” e un “battito cardiaco esterno”. La mia nudità è più preziosa della tua porpora, dice rivolto al su persecutore, l’imperatore Diocleziano. Mi hai lasciato solo questo: un uomo che muore amando la mano che l’uccide”. Così emerge la santità secondo Mocciola. Il suo Sebastiano interpretato dall’attore Michele Pedata in Sebastiano, il soldato di Cristo, non ha un fisico da atleta, non si muove con raffinatezza classica e portamento nobiliare, ma con una sensualità minima naturalia mentre viene colpito dalle frecce, di cui sentiamo anche il rumore. Più che il capo delle guardie imperiali sembra un soldato semplice, al massimo un sergente, come lo si poteva trovare in caserma durante il servizio militare (chi lo ha fatto)  un graduato proveniente dal proletariato, che poi come sanno tutti coloro che hanno svolto il servizio di leva erano le figure che mandavano avanti realmente il reparto. E più erano graduati, più si imboscavano e possibilmente rubavano tutto l’arraffabile. Il soldato di Mocciola è rimasto un puro e per rimanere tale non ha altra scelta che disubbidire e accettare l’inferno che ne deriva. “Capisci Cesare? Più mi colpisci, più distruggi il Sebastiano che potevi possedere e più costruisci il Santo che non potrai mai toccare”. Alla fine l’uomo più potente otterrà un corpo materiale inerte, quello vero è altro, perdendo l’occasione universale unica di averlo con lui.
Sebastiano si rivolge direttamente a Diocleziano, mero spettatore del supplizio come nell’opera di Gabriele D’Annunzio, gli mostra il fallimento del potere imperiale nei confronti del suo piccolo essere del martire. Nel monologo emerge angoscia intima quando rievoca il passato legame sentimentale tra i due, relazione fra un uomo molto maturo e un giovane atletico soldato. Anche qui con bellissime espressioni, ricorda “i respiri che scambiavamo nel buio”. Sebastiano vive con vergogna e tormento la reazione involontaria del proprio corpo nudo sotto lo sguardo dell’antico amante, un supplizio psicologico che minaccia persino la purezza del suo sacrificio. L’opera si chiude con un Diocleziano condannato a invecchiare ossessionato dal fantasma di un soldato che non è riuscito a rendere idolatra.

Il corpo del disertore diventa una bandiera. Bianca

Lo stesso tema dell’uomo in divisa che si scontra con il potere torna nel monologo centrato su Furio Sbarnemi, anagramma di Bruno Misefari, un personaggio esistito veramente in Calabria, dove nacque nel 1892 e deceduto nel 1936, oggi completamente dimenticato, tanto è scomodo. Mocciola prende spunto dalla sua biografia per costruire una trama diversa con un finale non coincidente con l’uomo realmente esistito. In Bandiere bianche – Morire per la patria, morire per niente, il Furio reinventato è un giovane anarchico calabrese, obiettore di coscienza e pacifista che decide di disertare durante la Prima Guerra Mondiale per motivi non politici, ma esclusivamente etici. Nel ricordo di quando lo chiamano per il fronte, in un’atmosfera pregna di idolatria della guerra, l’attore che interpreta il personaggio, Walter Maria Lancellotti illustra come si svolgeva la visita militare: “Un’aula grigia e afona. Un’aria pesante di mille respiri e sudori. File di giovani nudi, e un gruppetto di ufficiali davanti a un tavolo, su cui due vecchi marescialli scrivono in vecchi registri. “Uno e settanta” “Novanta chili” “Abile” “Settimo artiglieria” “Avanti voi, marmotta!” “Cosa fate voi laggiù? E voi, silenzio!” Uno ad uno misurati, registrati, insaccati come maiali al macello, tutti abili. Per gli ufficiali medici nessuno è malato. Nessuno deve sfuggire alla guerra. “Avanti, avanti!” E andiamo avanti, tutti, come pecore, in nome della patria e del re”.
Per evitare di essere destinato allo scannatoio, fugge in Svizzera ma viene riportato indietro e sbattuto in trincea (mentre nella realtà il Miserati riuscì nell’intento di rifugiarsi in Svizzera e scampare ai campi di battaglia). Per il suo rifiuto di indossare la divisa e imbracciare le armi, considerato un traditore, viene punito e spedito in una buca-latrina della trincea del Carso completamente nudo, esposto al freddo e ai proiettili.
Apriamo una parentesi. La pratica di esporre il corpo del soldato da punire al nemico, attuata in forme ben peggiori di quella messa in scena dal Mocciola, è esistita veramente negli eserciti di tutto l’impero britannico. Denominata “field punishment”, veniva chiamata significativamente “la crocifissione” dai soldati. Rimase in auge fino al 1923 nel Regno unito e addirittura fino agli anni Settanta tra i soldati australiani e neozelandesi impiegati nel Vietnam. Il “field punishment”  è stato praticato nella Legione straniera e dai militari argentini nelle Faulkland, anni Ottanta. I puniti non erano nudi ma esposti sul campo, al nemico. per due ore al girono per parecchi giorni. Lancellotti presta il proprio corpo per adattarlo a una sorta di unica e consapevole “bandiera bianca”.
Una Field Punishmen

Immerso nel fango e nel freddo, un Furio tremante dialoga con un compagno soldato immaginario che sta morendo dissanguato in seguito all’esplosione di una granata. Anche qui, come nel caso di Rukeli, c’è un attore che affronta nudo un palco privo di tutto, il gelo del palco, appunto. L’attore è Walter Maria Lancellotti, un pezzo d’uomo, attraente, che lo stato vorrebbe ridurre a carne da macello, canta anche, nudo com’è, accompagnandosi con la chitarra testi dimenticati ma importanti, come Gorizia tu sia maledetta‘O surdato nnammurato. Sembra retorica pacifista, ma si dimentica che le giovani generazioni questi testi pregni di sapere e di risposte non li conoscono, la società del XXI secolo avanzato li ha già scordati, eppure andavano forte a partire precisamente da un secolo fa fino agli anni 70, quando, come per incantesimo, tutto si è fermato. 

Il monologo è un ragionamento contrario all’eroismo di guerra, è alla base delle odierne riflessioni contrarie ad indossare la divisa. Proprio la Grande Guerra è partita  una certa critica alle armi, agli armamenti e alla guerra come mezzo di aggressione ad altri popoli, concetto agganciato dalla nostra Costituzione all’art, 11. E’ dalla Grande Guerra che il nemico lo si comincia a vedere dietro la trincea, non davanti. E’ stata la Grande Guerra con le sue inammissibili atrocità ad aprire gli occhi sul nazionalismo e sulla retorica bellica, quella che scrive Coraggio, Dovere, Gloria, Determinazione con le maiuscole, forzatura retorica che sa di idolatria. L’uso delle maiuscole non riuscirà certo ad attenuare la tragedia immensa della guerra.
Da sinistra: Johann “Rukeli” Trollmann in una mostra ricordo a Berlino.- Il Sebastiano del Sodoma, spesso reinterpretato dalla critica come un’icona queer del Rinascimento – Bruno Misefari, Sozialarchiv Fondo Famiglia Zanolli, Zurigo

 

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