La difficile vita dei gruppi queer palestinesi e le loro accuse a Israele di praticare “pinkwashing”
L’accusa di Pinkwashing nasce da loro. I gay palestinesi denunciano Israele per ciò che essi ritengono un “impegno di facciata”, ossia per l’uso propagandistico (“lavaggio rosa”) delle immagini del gay pride di Tel Aviv, al puro scopo di nascondere i massacri a Gaza e le aggressioni dei coloni nei Territori. In effetti, a Israele piace mostrare che i gay sono liberi e collaborano con l’esercito, mentre in quello che dovrebbe essere lo stato palestinese gli attivisti gay hanno vita durissima
Esiste solo una rarissima foto che ritragga un gruppo di attivisti queer palestinesi, questa che pubblichiamo. Le altre sono più o meno occultate, perché mostrarsi pubblicamente è molto pericoloso. La foto riprende un momento di un sit-in ad Haifa nel 2019, organizzato dall’associazione Al-Qaws for Sexual & Gender Diversity in Palestinian Society, abbreviato “Lgbt power Al Qaws”, o solo al-Qaws (القوس). Il momento immortalato mostra la copresenza delle bandiere nazionale palestinese e di quella arcobaleno LGBT. Le scritte in arabo dei cartelli innalzati se la prendono “contro l’omofobia e il patriarcato” (per la traduzione integrale delle scritte vedi l’ampia didascalia conoscitiva qui sotto).
Nell’agosto del 2019, la polizia dell’Autorità Palestinese emise un comunicato ufficiale in cui vietava qualsiasi attività o raduno del gruppo Al-Qaws in Cisgiordania (dopo un evento tenuto a Nablus), definendo tali iniziative contrarie ai valori e alle tradizioni della società palestinese. La presa di posizione provocò un’ondata di sdegno e forti proteste da parte di organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani, Ue compresa. Di fronte all’ampiezza delle reazioni negative, lo stesso mese il divieto fu ritirato formalmente dalle autorità dei Territori, mentre a Gaza era di fatto inefficace a priori. I vari gruppi Lgbtq agiscono alla luce del sole solo in Israele, in condizioni semiclandestine in Cisgiordania e per nulla a Gaza, dove è concreto il rischio di finire ammazzati.

Al-Qaws è l’organizzazione di riferimento per la diversità sessuale e di genere nella società palestinese. Lavora a livello locale per creare spazi sicuri, offrire supporto psicologico e sociale e promuovere il dibattito sui diritti queer all’interno della comunità palestinese. Dopo il massacro del 7 ottobre 2023 e la durissima reazione di Israele, che ha portato a radere al suolo la città di Gaza, la situazione si è complicata parecchio per la Fondazione Al Qaws e gli altri gruppi di attivisti queer non israeliani. L’intero mondo gay palestinese, in condizioni di clandestinità è preso tra due fuochi, due repressioni: quella interna propria del mondo islamico, mai esaurita, e quella esterna dello stato ebraico, intensificata enormemente nel quadro della risposta ad Hamas. In simili condizioni, le associazioni LGBTQ palestinesi non essendo in grado di esercitare pressioni di alcun tipo, non possono fare altro che puntare il dito su Israele, accusandola di ogni genere di nefandezza.
Attivismo coraggioso
Al-Qaws nasce formalmente nel 2001 a Gerusalemme Est, inizialmente come progetto locale indipendente. Nel corso degli anni si è strutturata come ONG, stabilendo uffici e centri a Gerusalemme Est, Haifa, Giaffa e in diverse zone della Cisgiordania. Nulla a Gaza. Al Qaws gestisce centri sociali sicuri sia in contesti urbani che rurali per permettere alle persone queer di incontrarsi e confrontarsi liberamente. L’organizzazione ha sviluppato un approccio politico unico, definendosi queer, femminista e anticolonialista, con un chiodo fisso: la lotta per i diritti di genere non deve essere separata dalla lotta contro l’occupazione e per la liberazione della Palestina. Al-Qaws s’impegna ad accusare severamente Israele di Pinkwatching: lo stato ebraico userebbe la narrativa sulla promozione dei diritti LGBTQ all’unico scopo di trasmettere un’immagine progressista all’estero e distogliere così l’attenzione dalle clamorose violazioni dei diritti umani nei territori occupati.

Il personaggio forse più noto di Al-Qaws è Elias Wakeem, nato nei territori del 1948 in Palestina. Si autodefinisce un “artivista” perché unisce la ricerca artistica all’impegno politico e sociale usando pratica artistica e drag. Crea performance, installazioni e videoarte per sfidare i pregiudizi di genere e le norme sociali escludenti. Interpreta un personaggio drag, Madam Tayoush, che significa “Signora che galleggia”, a simboleggiare la capacità di restare a galla e resistere nelle difficoltà, unendo glamour, gioia e denuncia. Wakeem ha ideato “Jerusalem is Burning”, una serie di feste da ballo e ball queer a Gerusalemme, e usa la performance per raccontare la propria storia legata ai contesti politici e storici del Medio Oriente. Lavora anche nel settore cinematografico come costumista, partecipando a film come No Name Restaurant e A Gaza Weekend. Nel 2025 è stato invitato dal Cig di Arcigay al Milano Pride, dove al teatro dell’Elfo si è svolto un suo spettacolo. La rete conserva alcuni video di questa esperienza, insieme a tanti altri in vari luoghi in cui Wakeem è stato il protagonista.
«Ogni tuo bacio diventa ribellione»
«Le persone queer palestinesi – afferma in una intervista – non resistono solo all’“omofobia”, come amano ripetere i vostri discorsi occidentali. Resistiamo ai checkpoint. Resistiamo al dominio militare. Resistiamo alla frammentazione delle nostre comunità da parte di un sistema coloniale brutale che vuole cancellarci fisicamente, psicologicamente e spiritualmente. I movimenti queer in Palestina – continua – non sono un lusso. Sono una necessità nata dalla sopravvivenza. Quando sei una persona queer la cui casa può essere demolita in qualsiasi momento, quando il tuo amante è rinchiuso dietro un muro che non puoi attraversare, quando la tua identità di genere è già un bersaglio e la tua nazionalità ti rende sacrificabile, ogni tuo respiro diventa politico. Ogni tuo bacio diventa ribellione (1)».
«Come osate chiedermi se le persone queer siano perseguitate a Gaza, come se questa fosse la domanda rilevante in un momento di genocidio?». Wakeem nega che Israele «abbia mai offerto libertà alle persone queer palestinesi. Ha usato persone queer palestinesi per spiare le loro comunità. Ci ha ricattati. Ci ha incarcerati. Lo stesso governo che sventola bandiere arcobaleno a Tel Aviv è quello che bombarda ogni palestinese indiscriminatamente. Lo stesso esercito che si dipinge come paladino dei diritti Lgbtq+ è quello che uccide bambini a Rafah e seppellisce giornalisti sotto le macerie (2)». Da qui l’accusa di pinkwashing.
Oltre ad Al-Qaws, c’e Aswat (أصوات), fondata come centro femminista palestinese per le libertà di genere e sessuali, concentrandosi in particolare sui diritti e sulle specificità delle donne lesbiche, bisessuali, trans e queer. C’è anche Palestinian Queers for BDS, un collettivo di attivisti queer che collega la lotta per i diritti delle persone LGBTQIA+ alla solidarietà con il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) e alla fine dell’occupazione.
I gay palestinesi godono di scarsa stima fra i connazionali
Ora, sarà anche pinkwashing, tuttavia come ogni stato democratico, a Israele piace esibire con orgoglio e sentimenti di conquista civile, i suoi pride e perfino la partecipazione dei gay alla vita militare. Wakeem e i coraggiosi militanti gay della Palestina meritano amore e solidarietà, ma non possono negare la totale libertà di cui godono sia i gay israeliani, sia quelli palestinesi residenti in Israele. Wakeem stesso dispone di passaporto israeliano, con cui sia a casa, sia all’estero ripropone in conferenze le solite invocazioni al boicottaggio dei prodotti israeliani senza che gli sia mai stato torto un capello. Ed è un dato di fatto che nei Territori i gruppi di gay palestinesi non godano di alcuna stima, se sono ancora legali è perché c’è la comunità internazionale a tenerli in piedi, a proteggerli, mentre in Israele la libertà queer è consolidata ovunque da decenni. I gay israeliani partecipano come tutti alle chiamate dell’esercito di Israele, l’IDF, collaborando attivamente alle azioni militari, in genere inquadrati nelle unità elitarie. In buon numero sono tra i più convinti sostenitori del sionismo. Forse perché immaginano con orrore che cosa capiterebbe loro nel malaugurato caso dovessero finire nelle mani di Hamas, degli integralisti, dell’Isis, et similia.

Note
(1) Simone Alliva, Elias Wakeem: «Sono queer e palestinese. La storia ricorderà il vostro silenzio in una delle ore più buie dell’umanità», intervista pubblicata da Domani, il 22 maggio 2025. Leggi l’intervista integrale QUI.
(2) Idem come sopra
